La mattina, la bottega del vecchio Agostinho era una delle prime che apriva. Già alle sei arrivava il primo cliente a prender posto sulla consunta poltrona di finta pelle. Allora iniziava il solito rituale: faceva svolazzare la grande tovaglia bianca, la fermava con un po' d'ovatta al collo del cliente e, rigirandogli il mento da un lato all'altro, prendeva a studiargli, scrupoloso, i dettagli anatomici del volto. In particolare, ripeteva, bisognava fare attenzione alle fossette che “movimentavano” il mento: era lì che la lama poteva giocare brutti scherzi. A Borboleta l'avevano soprannominato “il francese” e non solo per i lunghi e sottili baffetti neri, ma anche perché tale era l'attenzione che dedicava ai lineamenti dei suoi clienti, che si paragonava ai più abili ritrattisti di Montmartre. Come i suoi più rinomati “colleghi” parigini non disdegnava che il pubblico assistesse alle sue creazioni; quindi, quando il tempo lo permetteva, si esibiva di buon grado all'aperto, lungo la strada che congiungeva Borboleta con il centro città.
Il vecchio Joselìno, per quanto analfabeta, si era sempre reputato un gran signore e, come tale, la mattina gradiva fare colazione fuori casa, approfittandone per informarsi sulle ultime notizie dal mondo. Bastava poco per fare una colazione da signori a Borboleta: una bottiglia di cachaça e un posto riservato su uno dei gradini della bottega di Agostinho.
«Da non credere! L'altro giorno, qui davanti, è passata una mucca che scorrazzava sola sola in mezzo al traffico» disse Agostinho, pennellando di schiuma il volto di un cliente.
«L'ho vista anch'io. Era forse rincorsa da una suora?» chiese Joselìno.
«Non dire scemenze, Joselìno! Da quando le suore si mettono a rincorrere mucche per strada?».
«Eppure è così, vi dico; è la stessa mucca che il padre, l'altra mattina, ha portato a passeggio con il maggiolino».
«E quel tipo che ci fa qui?» disse Agostinho indicando con il rasoio un uomo tutto distinto che, al centro della strada, camminava reggendo una valigetta nera.
«Caspiterina, deve essere un pezzo grosso» osservò Joselìno facendo schioccare la lingua dopo l'ennesimo sorso.
«Forse si è perso e ha sbagliato strada» osservò il cliente, rinvenendo dallo schienale della poltrona.
Sguardo fiero, tutto impettito, Luca camminava a passo sicuro, al centro della strada, ripassando mentalmente il discorso che avrebbe fatto di lì a poco all'assessore. Nei giorni passati tutti gli avevano raccomandato di andare in giro vestito nel modo più umile possibile, quasi trasandato, in maniera che tutti lo scambiassero per uno del posto. Ora però, dopo quanto era successo, non aveva più nulla da nascondere: che lo riconoscessero pure. Indossato l'abito più bello che aveva in valigia, era perfino riuscito a rimediare una cravatta che però teneva allentata: la ferita gli faceva ancora male; avrebbe stretto il nodo solo poco prima di essere ricevuto.
«Deve trattarsi di una di quelle persone importanti: un manager, sì, un manager» sentenziò convinto Joselìno.
«Non dire fesserie, che ci viene a fare un manager a Borboleta?».
«Sarà un manager delle missioni!».


